Ricerche Storiche

MISANDRO E LA SENTENZA

Ricerca storica di Salvatore Accardi

Summa, atque specialis fuit pro ut est, huius Drepanitani Populi devotio erga Sacratissimam Passionem et Mortem Domini nostri Jhesu Christi ac perinde per totam hanc Urbem ejusdem Passionis principalia Misteria, manu excellentionum Artificum insculpita, decenter ornata, omni pompa, atque debita pietate aliquibus ab hinc Seculis perducere in processionem solitam fuit a Venerabili Societate Pretiosissimi Sanguinis Christi sub titulo Sancti Michaelis Arcangeli, cujus privatiuum est Jus quolibet die Veneris Sancti hujus modi facere processionem in qua cum Illustre Senatu Regio Consiliario intervenire tenentur omnes Artificium Cetus suum respectivum Misterium accensis cereis associare ad mentem fundationis et obligationis eorum per actae fundatione dicti Venerabilis Societatis. Annis retrocursis eadem devotione mota, Ars Beccariorum hujus Urbis expostulavit et a dicta Venerabili Societate permissum fuit in illa divota Processione intervenire cum ceteris Artibus, sub illis conventionibus, obligationibus et alijs eiusdam Societate prescriptis in instrumento admissionis praedictae ac propterea Ars ipsa suum efformare fecit Misterium rapresentans passum illum quo Innoccens Dominus ab iniquo injusto Preside ad mortem damnatum, et cum eo usque nunc quolibet die Veneris Sancti cum ceteris processionavit.

Per secoli, la processione inizialmente organizzata dai governatori della Società del Preziosissimo Sangue di Cristo, rispecchiava la natura del suo esclusivo jus (privilegio) nel far sfilare senatori e devoti con i ceri accesi insieme agli statici gruppi, il Venerdì Santo di ogni anno. Anche l’arte dei beccai, mossa da devozione, ottenne il permesso d’intervenire con i ceri accesi nella processione dei Misteri, insieme agli incappucciati agghindati di visiera bianca e veste rossa (colore che ricordava il sangue di Cristo), rispettando le convenzioni impartite, successivamente, dalla Compagnia di San Michele Arcangelo. I beccai erano malvisti dall’altre maestranze, che tale non la ritenevano e su cui riversavano il loro astio. Li reputavano non “puri”, forse, per il sangue che contaminava le loro mani quando sgozzavano l’agnello, simbolo di cristiana purezza e di reminiscenza di quello versato da Cristo. Li consideravano, pertanto, meri allevatori di pecore e di becchi, pastori o lanieri, macellum lanieno. Beccai pregni del pungente fetore di pecora, il beccume; pastori che scannavano le greggi in contrada della Pecoreria, ancora oggi posta tra Paceco e Nubia. (La contrada della Gencheria era posta tra Dattilo e Paceco; quella della Porcheria si trovava a Nubia, nei pressi del fiume Guarasano. In quest’ultime due, rispettivamente, si allevarono giovenchi e suini e da questi termini proviene la loro definizione). Quando i beccai e i bucceri pretesero il riconoscimento d’essere maestranza, nel 1759 sorse una disputa oppositiva di tutte le altre, definitasi intorno al 1780. Sebbene avessero redatto i propri capitoli nel 1633 e poi nel 1758, attendendo il prolassato riconoscimento, la rinata arte fece costruire il proprio mistere di Cristo, fin dall’inizio, destinato ad essere condannato dal governatore Pilato: Ars ipsa suum efformare fecit Misterium rapresentans passum illum quo Innoccens Dominus ab iniquo injusto Preside ad mortem damnatum. Il trafiletto si legge nell’attestazione redatta dal notaio Ignazio Cosenza il tredici agosto 1787, riguardante la concessione della cappella ai beccai, qui sopra trascritta. Curiosamente, fu loro assegnato l’insolito posto della cappella della Venerabili Societatis dedicatam Divae Mariae Virginis a circumcisione, dove allocarono il loro mistere. E si destinava la posizione della loro cappella ex parte meridici in frontespicio parva Cappellae in quo ad presentes conservatur Misterium Artis Molitorum ex parte settentrionis in dicta eodem Cappella existentem, ad effectus ut in dicto concesso loco, Ars predicta Beccariorum possit dictum eius Misterium commodem reponere et conservare. Oggi, diremmo, oltre il danno la beffa. Non solo per anni i molitori, insieme alle altre maestranze, contrastarono con petizioni inoltrate al Tribunale del Real Patrimonio di Palermo l’acquizione del diritto di maestranza ai beccai-macellai, quest’ultimi, ottenutela, subirono anche l’impavido ordine del governatore della Compagnia di San Michele di allocare il loro mistere di fronte a quello dei molitori. Quella decisione rappresentava una sottile punizione, che serviva da monito a non degenerare ulteriori scontri e per rafforzare il solidale consorzio tra tutte le maestranze. Nell’atto su menzionato si allegò un certificato estrapolato dal libro delle Consulte della Compagnia di San Michele Arcangelo, che rappresenta, forse, l’unica testimonianza finora letta sulla concessione del mistere e sulla costruzione della cappella all’arte dei bucceri-beccai, dentro la chiesa di San Michele. Il documento termina con l’annotazione del segretario e notaio Saverio Cognata. È il notaio al quale per anni s’è attribuito, erroneamente, l’atto di concessione del mistere detto della “Sentenza”, vale a dire del transunto redatto il ventotto febbraio 1782, su una disamina della Compagnia di San Michele. Sapendo che nel 1787, il notaio Saverio Cognata era segretario della anzidetta compagnia, ci siamo mossi a controllare le sue scritture redatte in quell’anno, per scovare l’atto della formale concessione del mistere ai bucceri-beccai, che non abbiamo trovato. Il raro documento, invece, è stato “suggellato col suggillo” della Compagnia di San Michele Arcangelo e si compone di due parti: la prima riguarda la stesura del segretario Saverio Cognata, l’altra concerne la delibera della seduta dei consultori, che decisero la concessione ai bucceri-beccai il primo luglio 1787. L’atto solenne del 31 agosto stilato dal notaio Ignazio Cosenza contempla il resto. Se dal frutto delle prossime nostre od altrui ricerche non si scoprirà la mera concessione del mistero ai macellai, allora quello che abbiamo trovato costituisce, per il momento, l’unica testimonianza dell’affidamento alla processione del mistere della “Sentenza”.

La concessione del Mistero dell’Arte de’ Mastri Beccaj, simile a tutte gl’altre Concessioni fatte dalla nostra Venerabile Compagnia all’altre Maestranze con tutti li patti espressati nell’altri contratti, avvenne pubblicamente. In tal modo, l’analfabeta governatore Giuseppe Nola la formalizzava con ratifica del notaio Cosenza, di certo avallata dal senato trapanese e dalla curia di Mazara. Su questa fase di approvazione non abbiamo alcuna prova, in quanto non possiamo leggere il registro con i documenti degli “Atti del Senato di Trapani” di questo periodo, perché mancanti o smarriti. Opportuna ricerca presso la curia di Mazzara potrà essere fruttuosa in tal senso.

In Trapani lo primo Luglio 5 indizione 1787.

Io infrascritto, qual segretario della Venerabile Compagnia del nostro Glorioso San Michele Arcangelo, ed a chi la presente spetta vedere, qualmente, avendo osservate il libro delle Consulte fatte in detta Compagnia ritrovo, sotto lo Primo Luglio 5 indizione 1787 una, della seguente maniera, cioè.

Tenutasi oggi Consulta presente il Superiore ed Assistenti e Consultori concordantemente si determinò di farsi la concessione publica al Mistero dell’Arte de’ Mastri Beccaj, simile a tutte gl’altre Concessioni fatte dalla nostra Venerabile Compagnia all’altre Maestranze con tutti li patti espressati nell’altri contratti; senza potersi recare verun pregiudizio alla nostra Compagnia concedendo alla sudetta Arte di potersi terminare a loro proprie spese la sudetta Cappella oggi quasi disbrigata; e obligarsi la sudetta Arte e suo Consolato di adempire tutto quello e quanto si espressa nell’altri contratti di concessione. Mottivo per cui oggi ci abbiam radunato in Consulta in nostra Chiesa nemine discrepante e si è stabilita come sopra.

Vincenzo Cusenza mi sottoscrivo per nome e parte del Governatore Giuseppe di Nola per esso non saper scrivere e di sua volontà confermo come sopra; Pietro Luparello Primo Congionto confermo come sopra; Vito Safina Secondo Congionto confermo come sopra; Vincenzo Maria Cusenza confermo come Consultore come sopra; Vincenzo Maria Cusenza Consultore mi sottoscrivo per nome e parte di mastro Saverio Surrentino, mastro Vincenzo Prinzivalli surrogati Consultori, per essi non saper scrivere e di loro volontà confermo come sopra; siccome pure mi sottoscrivo per nome e parte del Consultore mastro Rocco Burgarella; Giuseppe Pecorella Consultore.

Onde in fede del vero ho fatto la presente firmata di mio pugno, carattere e suggellata col suggillo della nostra Compagnia del Glorioso Arcangelo S. Michele.

Saverio Notaio Cognati Segretario.

Ancora non conosciamo il vero autore del gruppo della “Sentenza”, nel senso che, finora, nessuno ne ha attestato la paternità. Di sicuro il gruppo della “Sentenza” non è stato realizzato da Antonio Nolfo, deceduto nel 1784, artista che in quegli anni era vecchio e sofferente: per non starmi ozioso, quando io stava di mediocre salute … qualche cosella ho potuto fatigare, e sbozzare.” Potremmo propendere sia opera del figlio Domenico o di Francesco, vivi nel 1787, ma quale dei due? Di certo sappiamo che Domenico Nolfo realizzò il gruppo della “Spogliazione” nel 1772 e di conseguenza potremmo supporre che quello della “Sentenza” possa essere frutto delle sue artistiche mani, come ci dice Giuseppe Maria Berardo XXVI Ferro e Ferro. Confrontando il volto del soldato e di Gesù del gruppo della “Spogliazione”, con quello della “Sentenza”, ci accorgiamo che i lineamenti appaiono a prima vista dissimili e forse, non scolpiti dalla stessa mano artistica. Allora, chi realizzò il gruppo della “Sentenza”?

È stato Baldassare Pisciotta, che tra il 1770 e il 1790 operava ancora nel suo laboratorio artistico? Potremmo supportare quest’ipotesi per la similarità di stile riscontrata nei volti di valletto e d’ancella nel gruppo della “Sentenza” e della “Negazione”?

Per caso fortuito, abbiamo scoperto la scrittura con la quale si decise di costruire il mistero della “Sentenza”. Stranamente l’obbligazione avvenne nel 1772, l’anno in cui Domenico Nolfo realizzava il mistero della Spogliazione” per conto della maestranza dei venditori di fiori e di frutta. Infatti, il diciassette maggio, nello studio del notaio Gaspare Maria Guarnotti, si compilava l’atto a favore della Venerabile Società di San Michele Arcangelo con l’arte dei vegetari, con il quale i venditori di frutta acquisivano il loro nuovo mistero. Il governatore ed ufficiali della Società del preziosissimo Sangue di Cristo e di San Michele Arcangelo – Mario Genovese, Antonio Mazarese e Vito Safina – concesserunt et concedunt ai consoli dei fruttivendoli – Gaspare Vultaggio e Gerolamo Dioguardi – stipulanti e recepenti, il Misterium Passionis Domini nostri Christi noviter factum, detto della Denodazione di Gesù Christo con quattro Personaggi.

Ricordiamo, che i fruttivendoli concordarono la costruzione del nuovo gruppo tre mesi prima della dismissione del mistero dell’ascesa al Calvario e della nuova assegnazione, cioè a maggio 1772, avendo pagato a marzo, il corrispettivo della prestazione di Domenico Nolfo in oncias 30 pro pretio, materiale et magisterio illius Misterij per pactum. Tutto quanto ci fa capire che in quel periodo si facessero accordi nascosti tra le arti che volevano primeggiare ed ostacolare le altre. Non ultimi fecero i bucceri-beccai. Avendo, forse, sentore che si apprestasse la pubblicazione della favorevole “sentenza” di assegnazione della sospirata maestranza, i consoli e componenti dell’arte, Pietro Fiumara, Bernardo Campaniolo, Sebastiano Brignone, Mario Spagnolo, Carlo Spagnolo, Pietro Scio e Gaspare Luparello, decisero di far realizzare il proprio mistere. Doveva essere un gruppo statuario che si doveva anteporre a quello della “Denodazione di Gesù”, meglio se a fianco di “Gesù Cristo con la croce in collo”. La “illuminazione” scesa su qualcuno, li mosse a far rappresentare la sentenza proferita da Pilato. La stessa “sentenza” che aspettavano, il cui esisto sarebbe stato l’affermativo conferimento del titolo di maestranza nel 1772. Quel tizio non desiderava perpetuare alla vista dei trapanesi solamente il ricordo della condanna di Cristo, ma voleva che fosse presente con gli altri “personaggi”, Misandro. Tizio era sicuramente un profondo conoscitore di drammi e testi sacri che circolavano in quel tempo in Sicilia, con i quali, in seguito Giuseppe Pitrè corredò le sue opere. Crediamo che il testo sulla rappresentazione del “Riscatto di Adamo nella morte di Gesù” scritto dal palermitano Filippo Orioles, più noto come “il Mortorio di Cristo” diffuso intorno al 1750, arrivasse nelle case di colti trapanesi, alcuni dei quali, furono segretari e tesorieri di compagnie e congregazioni religiose. Nel dramma di Orioles, teatralmente rappresentato in seguito, una parte di spicco è assunta da Misandro, che con il sacerdote Nizech, era tra gli accusatori di Gesù Cristo. Un personaggio losco che fece di tutto per farlo condannare da Pilato, che rimise la “sentenza” nelle mani di Erode Antipa, il quale, ricattato da Caifa che lo minacciava di far conoscere ai senatori romani la sua cattiva amministrazione nella Giudea, non esistò a condannare il Messia. Misandro, forse personaggio dimenticato, rappresentava l’accusatore ingiusto, paradossalmente identico ad un tizio che i buceri individuavano in colui che per primo, aizzò e contrastò la loro richiesta a diventare maestranza. Quindi, è opinabile che per tale considerazione, lo vollero come personaggio posto in mostra davanti a Pilato, con un documento in mano: l’atto di accusa su Gesù. L’intenzione è manifesta nell’obbligazione assunta da Pietro Fiumara con lo scultore Domenico Nolfo. Nello studio del notaio Matteo Rosselli, il 20 febbraio 1772, lo stesso attestava la volontà di fargli costruire e modellare con accuratezza la vara ed il mistero, che divisa la condanna di Pilato contro nostro Signore Gesù Cristo, consistente in cinque Personaggi cioè, il Presidente Pilato seduto pro tribunali, con sedia intagliata e dorata di mestura, un Paggio che gli pone per lavarsi le mani con moffetta all’uso pure intagliata e dorata di mestura, Misandro nobilmente vestito, Nostro Signor Gesù Cristo ignudo, ed un soldato, che lo custodisce d’armi bianco vestito. Li quali Personaggi dovranno avere l’ossatura di castagna tonda di mezzo girello, mani, piedi, e testa di cipresso, sovaro solamente per conturnare tela, e colla di carnazzo di sieli passati a due mani il colore ad oglio di lino, e a due mani l’incarnature ad oglio di noce, la guarnitura d’oro di zecchino si parfaleni corrispondenti pella cera intagliati, e dorati di mistura, bara ed assi capaci a condursi detto mistero sulle spalle. Quale dee consegnarlo terminato, idoneo ad uscire nel venerdì Santo dell’anno 1772. Lo scultore ebbe a disposizione circa due mesi di tempo per consegnarlo entro il 17 aprile. Non sappiamo se il gruppo fosse realizzato dall’artista in breve tempo, e subito dopo quello della “spogliazione” e quanto, lo stesso riscuotesse per la sua opera, per non aver trovato l’apposita quietanza notarile. Non conosciamo neppure il motivo per cui non è presente Misandro dinanzi a Pilato, in quanto, nell’insieme dei personaggi del mistere, vediamo al suo posto e a destra, un soldato romano. Sicuramente avvenne un mutamento nella disposizione dei consoli dell’arte dei bucceri, detti anche macellatori. È probabile che qualcuno abbia intercesso affinchè non fosse presente, poiché Misandro, oltre che personaggio bieco, per giunta nobilmente vestito, poteva esserlo altrettanto agli occhi di tanti altri che in esso, potevano riconoscere ed immedesimare quel tizio accanito avversario dei bucceri, proponitore della lunga lite durata più di vent’anni.

Salvatore Accardi, febbraio 2006 www.trapaniinvittissima.it